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lunedì 24 luglio 2017

Dalla selce al silicio

Mass medium o “mezzo di comunicazione di massa” è un concetto che al giorno d’oggi sta acquistando sempre più valore nella vita quotidiana, tanto da aver indotto alcuni studiosi a ritenere che lo specifico mezzo adottato, possa avere un’influenza particolare rispetto al modo di pensare di chi lo usa (McLuhan, 1967). 
Dalle prime modalità orali di trasmissione della cultura fino alle avanzatissime metodologie elettroniche che vedono in Internet, se non l’apice, probabilmente una meta particolarmente ambita da anni, sono trascorsi oltre sei millenni : stampa, radio, telefono, televisione e tutti gli altri mass media si sono susseguiti periodicamente per facilitare la trasmissione delle informazioni da un paese all’altro, da una persona all’altra e ognuno di questi mezzi ha sempre inciso nella cultura del periodo in modo  spesso determinante. 
Basti pensare all’uso che è stato fatto della maggior parte di essi in tempo di guerra per comprenderne il valore politico, o all’utilizzo commerciale su larga scala per determinarne il peso sociale, o ancora al significato metaforico per individuarne l’importanza legata ad esso in senso socio-antropologico. 
La distinzione secondo un costrutto quasi classistico che fa Umberto Eco tra apocalittici e integrati, è prova di come, rispetto ai secoli precedenti, nella nostra epoca, l’uomo non abbia mutato modo di pensare in conformità al trascorrere del tempo e all’acquisizione di nuove esperienze. 
Secondo Eco infatti, fin dalla creazione della scrittura, primo mezzo di comunicazione, l’uomo ha sempre avuto modo di dividersi in due scuole di pensiero rispetto all’accettazione o meno di una nuova forma di comunicazione : gli apocalittici e gli integrati per l’appunto.. Gli apocalittici sono coloro che vedono il medium rivoluzionario come qualcosa di pericoloso ed incombente sull’incolumità della società in modo potenzialmente catastrofico; contrariamente gli integrati, risultano essere particolarmente benevoli nei confronti del “nuovo” e si adattano facilmente sfruttando appieno le risorse che da esso derivano. Un esempio calzante, in particolare per la prima posizione, potrebbe essere il fatto che quella che nei primi anni di trasmissioni radio venne definita la febbre della radio, non è poi del tutto dissimile come concetto a ciò che oggi coincide con l’Internet Addiction; una particolare forma di dipendenza telematica che colpisce chi riesce a stare collegato ad Internet per oltre 40 ore settimanali (Siracusano, Peccarisi, 1997). 
Entrambe le posizioni, secondo Postman, sono estremiste e non rendono fede ad una visione oggettiva del fenomeno ; per cui esso può essere considerato integrando entrambi i punti di vista. Una visione dicotomica in questo senso non rende fede a quello che, in termini pratici, esso comporta ogni tecnologia è al tempo stesso un danno e una benedizione ; non è l’una cosa o l’altra, è l’una cosa e l’altra
Come zelanti profeti con un occhio solo, sia gli apocalittici che gli integrati si limitano gli orizzonti e diffondono nella società una confusione di fondo rendendo incerta l’ascesa del nuovo medium, secondo un regolare processo di assimilazione basato sul semplice e incondizionato interesse. 
Uno dei pericoli più temuti in riferimento all’allargamento del raggio d’azione del medium, è quello della massificazione e della possibilità che si crei un’uniformità di pensiero attraverso un uso strategicamente politico o commerciale dello stesso. 
Con la diffusione della stampa e della radio si sono avute le prime forme di pubblicità che, per quanto attualmente possa essere definita come una nuova forma d’arte, ha contribuito effettivamente a fornire all’utente un dato standard di riferimento che lo assimilasse a tutti gli altri inducendo una sorta di livellamento culturale (Losito, 1994). 
La posizione occupata dalla pubblicità in ambito sociale e rispetto alla teoretica dei mass media, è molto particolare, infatti essa, secondo Losito, assume fin dagli inizi un ruolo determinante sia come modalità specifica di comunicazione e come “genere” tendenzialmente autonomo, sia come parte integrante dell’offerta mediale, sia, ancora, come sostegno economico dei media che utilizza come veicoli
Sembra quindi tutto strettamente legato ad una dinamica di forze e accadimenti sociali inevitabilmente connessi al progresso in ambito mediale. 
Sul “rischio” della massificazione che si profila ci si è pronunciati in conformità ad un approccio comportamentista, sulla base dello schema di condizionamento stimolo-risposta, e psicoanalitico in riferimento a teorie motivazionali che vedono dietro la scelta del prodotto da parte dell’utente, ampie ricerche atte a cogliere il desiderio inconscio in termini simbolici e a promuovere la diffusione di elaborate strategie di persuasione. 
Insomma, l’idea di George Orwell in “1984”, di una società tenuta sotto ossessivo ma “adorabile” controllo attraverso una tecnologia informativa relativamente sofisticata rispetto al punto cui poi è effettivamente arrivato il progresso scientifico nella nostra epoca, seppure possa sembrare paradossale rimane comunque un’idea non del tutto inconfutabile. 
Allo stesso tempo però, sostiene Postman, non si può negare il fatto che l’avvento dei media elettronici, ossia di quei mezzi che hanno permesso una simultaneità dell’informazione in un raggio d’azione molto più ampio rispetto a quello che poteva avere la tradizione orale o chirografica, abbia sostanzialmente rivoluzionato il modo di concepire l’atto stesso del comunicare qualcosa. 
Il concetto di comunicazione che fino a poco prima dell’invenzione del telegrafo, poteva avere un significato prevalentemente geografico, inizia a mutare con il progresso in campo tecnologico, nel senso di movimento di informazioni. 
La radio ha iniziato l’uomo a quella che con l’andar del tempo è divenuta una necessità, ossia la possibilità di starsene da solo e contemporaneamente di sapere quello che succede nel resto del mondo. 
La dimensione gruppale resa dalla comunicazione attraverso la chirografia e la stampa, o ancora prima attraverso la memoria, assume significato ben più ampio nel momento in cui viene proposta l’installazione di un apparecchio radio in ogni famiglia. 
Il vecchio focolare domestico inizia a perdere la sua funzione di medium familiare per lasciare il posto ad un “aggeggio” che ha poco di termico, ma ha il potere di rendere chi lo usa “parente del mondo”. 
I moderni mass media si sono susseguiti con intervalli di tempo molto più ristretti di quanto si fosse immaginato, rispetto all’attesa durata circa cinque millenni che ha sancito il passaggio dalla chirografia alla stampa e l’avvento della televisione si può dire che concluda il concetto che da Ong  viene definito di oralità secondaria. 
L’idea di Ong fa riferimento al fatto che, analogamente al periodo in cui la trasmissione orale risultava il medium principale, se non il solo, per la divulgazione dell’informazione, con i nuovi media si è tornati ad impostare l’idea di comunicazione in modo meno isolante e che inducesse nell’utente un maggior senso di appartenenza alla comunità del mondo. 
Differentemente dal primo tipo di oralità, propria di Omero e dei suoi discendenti, l’oralità secondaria si manifesta particolarmente legata al concetto di parola scritta in quanto basa su di essa il proprio patrimonio culturale-informativo concernente tutto quell’insieme di regole e applicazioni necessarie all’uso dei nuovi strumenti di uso comune. 
Manuali d’uso, libretti d’istruzioni, compendi per la manutenzione, sono strumenti di minor rilievo, ma essenziali all’uomo per la partecipazione alle nuove forme di comunicazione ; ciò accresce il senso di consapevolezza di certi limiti, ma facendo riferimento ad un mezzo che finisce poi per l’unificare gli utenti ad una grande massa mediatica. 
A qualcosa di simile si riferisce probabilmente McLuhan quando parla di villaggio globale
Il fatto poi che dalla radio si sia passati alla televisione e da questa in seguito ad Internet, è testimonianza di una progressiva capillarizzazione dei media e quindi di una sempre maggiore esigenza di rendere l’informazione alla portata di tutti. 
Come sostiene Meyrowitz, l’essere a parte di avvenimenti e di dinamiche politiche, sociali ed economiche induce nell’uomo l’opportunità di crearsi un’opinione su argomenti che fino a qualche tempo fa non pensava lo riguardassero direttamente. 
Se questo significa democratizzare non è escluso che significhi anche investire e produrre nell’utente una sorta di indigestione di “materiale informativo” che potrebbe in fin dei conti sortire un effetto contrario provocando una diminuzione dell’attenzione. 
Queste osservazioni sono il risultato di una ricerca svolta da alcuni psicologi inglesi che hanno rilevato un calo della soglia di attenzione necessaria all’elaborazione critica dell’informazione in seguito all’aumento delle notizie fornite (Lewis, 1997). 
David Lewis, uno dei promotori della ricerca, ha definito questa come una sindrome da affaticamento informativo, riscontrando in essa sintomi fisici quali : problemi digestivi e cardiaci, ipertensione, disturbi del sonno, disturbi sessuali; e a livello psicologico: forte irritabilità, diminuzione della concentrazione, del tono dell’umore e della motivazione in genere. 
Lo studio è stato condotto su un campione di 1300 manager da cinque paesi diversi (USA, Gran Bretagna, Australia, Hong Kong, Singapore) ed un terzo degli intervistati ha dichiarato esplicitamente di avere problemi di stress connessi ad un eccessiva dose di informazioni, oltre i due terzi ha evidenziato difficoltà nella vita relazionale ed il 43% ha evidenziato difficoltà nel prendere decisioni. 
D’altra parte Derrick de Kerckhove, allievo ed erede più eminente del pensiero di Marshall McLuhan, rimane attaccato alla concezione per cui il cervello umano è in grado di andare ben oltre queste possibilità e il padroneggiare una grande quantità di dati è attività costante di esso e caratteristica principale. 
Il pensiero di de Kerckhove ad ogni modo sembra riferito maggiormente ad un’idea di ricezione e impiego attivi e comunque volontari, da parte degli utenti, della grande massa di informazioni che viene proposta ; la ricerca di Lewis, seppur indirizzata, come detto, ad un campione molto ampio, è basata sulle testimonianze di soggetti facenti parte del settore manageriale e quindi necessariamente sottoposti ad un sovraccarico informativo. 
Rimanendo sul punto di vista di de Kerckhove, le moderne tecnologie altamente interattive rendono i processi di utilizzo dei media molto simili alle modalità di funzionamento proprie della nostra mente e ciò che piuttosto va preso in considerazione rispetto agli effetti che può avere l’iperinformazione, è un processo unificativo e democratizzante cui si sta andando incontro proprio attraverso la divulgazione dell’informazione, ora non solo accessibile, ma anche rafforzabile da tutti in quanto c’è sempre più libero accesso partecipativo ad essa. 
In questo senso l’idea anticipatoria di McLuhan di una mutazione del tessuto sociale, politico e relazionale in senso unificante, grazie ad un raggiungimento di alti livelli tecnologici che permettano il superamento delle comuni barriere in modo relativamente pratico, sembra trovare conferma con l’avvento dei nuovi media elettronici. 
L’atmosfera essenzialmente familiare creata dal mass medium, la capacità che questo ha di far sentire l’individuo membro di un grande gruppo, pur trovandosi in una parte del mondo particolarmente isolata ad esempio, sembra coinvolgere inevitabilmente anche chi non fa di esso un uso diretto. 
Se è vero infatti che per usufruire del nuovo strumento è necessaria non solo una certa preparazione tecnica, ma anche e soprattutto una disponibilità economica che costantemente permetta aggiornamenti, revisioni o, nel “peggiore” dei casi, vere e proprie rivoluzioni radicali, non accessibili a tutti a causa dei costi elevati caratteristici di un prodotto “giovane”, è anche vero che i media si pubblicizzano e si diffondono reciprocamente. 
Per cui la conoscenza che si fa di Internet, ad esempio, attraverso la televisione o la radio, contribuisce, seppure creando confusione e luoghi comuni, ad alimentare fantasie, illusioni e aspettative che generano un senso di inclusione e coinvolgimento generale. 
La prospettiva che ci viene costantemente posta davanti di una società governata elettronicamente, in cui s'infrange ogni tipo di barriera che sia spaziale, temporale, linguistica o fondamentalmente materiale, sembra trovare con i nuovi media primario argomento d’informazione-comunicazione e d’altra parte la velocità con cui essi vengono inventati e prodotti e il corrispondente successo con cui si diffondono, lascia presupporre che tale argomento risulti essere un effettivo bisogno cui l’uomo non può ormai più fare a meno, essendo entrato in un circolo che lo vede gestore della sua vita relazionale e informazionale attraverso un computer. 

Bibliografia
de Kerckhove, D., (intervista con), (1996), Scazzola, A., Ve lo posso garantire io, in Internet non ci si perde, Telema, 4, 42-45. 
Eco, U., (1964), Apocalittici e integrati, Bompiani, Milano, 1994.
Lewis, D., (1997), Information Overload.
Losito, G., (1994), Il potere dei media, La Nuova Italia, Roma. 

McLuhan, M., (1964), Gli strumenti del comunicare, Garzanti, Milano, 1967. 
McLuhan, M., (1967), Il medium è il massaggio, Feltrinelli, Milano, 1968. 
Meyrowitz, J., (1985), Oltre il senso del luogo. L’impatto dei media elettronici sul comportamento sociale, Baskerville, Bologna, 1993. 
Monteleone, F., (1992), Storia della radio e della televisione in Italia, Marsilio, Venezia. 
Ong, W. J., (1982), Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino, Bologna, 1986. 
Orwell, G., (1948), 1984, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1989. 
Postman, N., (1992), Technopoly. La resa della cultura 
alla tecnologia, Bollati Boringhieri, Torino, 1993. 
Siracusano, A., Peccarisi, C., (1997), Internet Addiction Disorder : note critiche, Bollettino di aggiornamento in Neuropsicofarmacologia, 62, 1-3. 


mercoledì 19 luglio 2017

"Stati onirici nella comunicazione telematica"

Un lavoro scritto negli anni in cui Internet iniziava a prendere piede in Italia. La ricerca psicologica e psicoanalitica era quanto mai attiva in tal senso. Alla luce di quanto detto e ripetuto sull'argomento in questione, il punto di vista psicoanalitico espresso da Mario Trovarelli è quanto mai attuale e arguto.

http://www.oocities.org/sicotema/martro_1.htm


mercoledì 10 maggio 2017

Una consulenza Gratuita per la promozione della conoscenza di sé

Il Festival Psicologia diventa un viaggio nelle emozioni

Con il viaggio la psicologia condivide per costituzione i due ingredienti principali: la curiosità che spinge alla conoscenza e il desiderio di trasformazione. Cambiare significa avere un sogno, un movente, un orizzonte a cui tendere, qualcosa da lasciare, e significa darsi il giusto tempo, saper leggere la mappa di partenza, mettere nel bagaglio le risorse a disposizione, scegliere il passo. Anche se il punto di arrivo si chiarisce nel percorso, quello che genera conoscenza e produce un mutamento autentico passa necessariamente attraverso l’universo emotivo. 

lunedì 27 febbraio 2017

Nella mente dell'altro



Fuorvianti stimoli, spesso promossi dai mezzi di comunicazione di massa, ma non solo, inducono spesso a ritenere che uno Psicologo e ancor più uno Psicoanalista, abbia l'insolito potere di leggere i pensieri altrui e sappia tutto quelle che sono le fantasie e i desideri di chi ha davanti...spesso anche in situazioni extra-lavorative per così dire. 
Di fatto è molto utile a volte poter pensare che qualcuno, avendo queste capacità, abbia anche la soluzione magica per i problemi degli altri, in virtù del fatto che non sono i suoi ed è capace di approcciarsi ad essi con una certa disinvoltura, senza andare incontro a catastrofiche conseguenze. 
Il lavoro di uno Psicoanalista è da intendersi più come un accompagnamento attraverso un percorso, una visita guidata a scoprire e osservare cose che viste dal paziente hanno un valore diverso rispetto a quello che può avere per l'analista, ma probabilmente avrà un interesse ad entrambi comune; quello della scoperta dell'Inconscio.

giovedì 29 settembre 2016

<< Attacco di Panico >>

Una forma di malessere molto diffusa, ma che in realtà, è molto poco conosciuta nel senso stretto del suo significato. L'articolo che segue è di Franco De Masi ed è tratto dal sito della Società Italiana di Psicoanalisi
Ho scelto di pubblicarlo sul blog perché lo trovo particolarmente esaustivo e chiaro, oltre a mettere in evidenza quanto il pensiero psicoanalitico abbia una sua concretezza, al di là di quanto si possa pensare.
Buona lettura.


martedì 26 aprile 2016

<<…penetrazione traumatica del terzo nell’universo fusionale..>>.


Parole grosse per i non addetti ai lavori... Si tratta, d'altra parte, di un lavoro del dott. Quirino Zangrilli, psicoanalista direttore della rivista "Psicoanalisi e Scienza", presentato ad un congresso e quindi usa un linguaggio necessariamente tecnico, ma, a ben approfondire la lettura dell'articolo, a mio parere, nemmeno troppo.
L’autore spiega e rende il senso della funzione paterna, non attribuibile arbitrariamente, ma come risultato della rappresentazione inconscia, dotata di definite caratteristiche, di colui che favorisce l’atto della separazione dalla madre e quindi la capacità di tolleranza alla frustrazione. 
E' un argomento quanto mai attuale in quanto entra pacatamente, ma anche tecnicamente, nel merito della discussione sulle adozioni per le coppie omosessuali, senza discriminazione, ma proponendo una certa attenzione sulla questione.

lunedì 30 novembre 2015

Edipo e il suo complesso

Nella Psicoanalisi il mito ha un ruolo particolarmente importante perché rappresenta quello strumento attraverso cui è possibile dire e vivere emotivamente quello che, altrimenti, risulterebbe troppo amaro da mandar giù per la nostra coscienza. 
Già, nell’antica Grecia, la Tragedia si riteneva avesse funzione catartica, ossia purificatrice; Eschilo, Sofocle (autore dell’Edipo re) ed Euripide furono i principali autori del genere in quel periodo (400 a.C. circa). Veniva sviluppata una trama di eventi emotivamente forti per lo spettatore, ma il fatto che fosse una finzione, poteva essere rassicurante o comunque dava la possibilità di vivere la propria angoscia in terza persona, e quindi in modo più critico, assistendo alla rappresentazione scenica di esse.
E'un po’ quello che Freud stesso mette alla base del trattamento analitico nella sua teoria, sostenendo quanto sia importante riuscire a rivivere, nella relazione analitica, la Nevrosi, cioè tutto ciò che, in una persona, viene espresso e si può ricondurre ad un conflitto psichico (S. Freud, Ricordare, ripetere, rielaborare, 1914).
Tornando al mito, in particolare il mito di Edipo, su cui lo stesso Freud ha costruito buona parte della sua teoria: è ormai noto a tutti, almeno lontanamente,il “complesso” (un insieme di pensieri, ricordi, esperienze, sentimenti ed emozioni) che ne deriva e che viene utilizzato per spiegare il legame e il dissidio che si crea in un bambino con i propri genitori.
Edipo, figlio di Laio, il re di Tebe, e di Giocasta, fu fatto portare via da un servo e allontanato dal regno, per ordine dello stesso Laio. Questi, aveva consultato l’Oracolo di Delfi (una specie di cartomante che era molto tenuto in conto a quell’epoca) proprio perché, angosciato all’idea di non riuscire ad avere un erede. L’Oracolo predisse che il figlio che Laio avrebbe avuto, sarebbe stato causa della di lui morte e avrebbe in seguito sposato sua madre. 
Edipo fu trovato da un pastore di Corinto e portato a corte, dove venne allevato come fosse il figlio del re. In qualche modo, una volta cresciuto, al nostro eroe venne instillato il dubbio sulle sue origini e ciò lo indusse a recarsi presso l’Oracolo per avere chiarezza. Questo non fece che confermare la versione già esposta a Laio. La reazione di Edipo fu analoga; inorridito all’idea di uccidere chi lo aveva allevato con amore, egli si allontanò da Corinto e fuggì verso Tebe. Lungo il percorso s’imbatté in Laio, ignaro, ovviamente, di chi fosse colui con cui aveva a che fare. Questo, in quanto re, chiese strada ad Edipo che non volle farsi da parte; di lì a poco ne scaturì un confronto fisico in cui Edipo causò la morte del suo padre reale, realizzando così la prima parte della profezia dell’Oracolo di Delfi. 
Edipo riprese così il suo percorso verso Tebe, ma, prima di arrivare in città, trovò sulla sua strada la Sfinge, una creatura con il corpo di un leone, la testa di una donna, ali di aquila e un serpente per coda; si trattava di un mostro famelico che tormentava la gente di Tebe con terribile indovinello, che chiedeva di risolvere a tutti coloro che incappavano in lei. Qualora ella non avesse ricevuto una soluzione al suo quesito, avrebbe divorato il malcapitato. L'impresa che fa si che Edipo venga considerato un eroe, sta proprio nel fatto che fu l'unico a dare una soluzione all'enigma della Sfinge. Questa chiedeva chi fosse quell'essere che al mattino si muove su quattro zampe, durante la giornata con due e sul calar della sera inizia a muoversi su tre. Edipo non ebbe dubbi e prontamente rispose che si trattava dell'Uomo. Difatti questo, da bambino gattona, su quattro zampe, raggiunto l'equilibrio si muoverà sule sue due gambe per tutta l'età adulta, fino a che,  da  vecchio, non dovrà ricorrere all'aiuto del bastone. La soluzione del quesito pose fine al tormento per il popolo tebano e Creonte, fratello di Laio che nel frattempo aveva preso le redini del regno, proclamò Edipo re di Tebe, che, di conseguenza,  sposò Giocasta, portando a compimento la profezia dell'Oracolo. 
In realtà il mito è leggermente più complesso e articolato e porterà alla morte di Edipo, ma Freud prende spunto da questo fatterello, qui riassunto, per poter spiegare quello che si verifica, secondo la sua teoria, in termini di dinamiche familiari, quando nasce un bambino. Cerchiamo di cogliere i significati simbolici della storia adattandoli alla realtà.
C'è una coppia (Laio e Giocasta) desiderosa di avere un figlio. Lui, uomo narciso ed egocentrico (re) nel piccolo regno della coppia in cui ogni cosa brilla di sua luce, inizia a sospettare (Oracolo di Delfi come pensiero inconscio) che nel momento in cui dovesse nascere un figlio maschio, il suo primato verrebbe sicuramente meno (un erede per Laio significherebbe potenziale perdita del potere, vecchiaia e morte). Il bimbo viene alla luce e coglie tutte le attenzioni della mamma, stimolando gelosia nel papà (Laio ripudia Edipo). Con la crescita del bimbo, gradualmente il confronto diventa inevitabile anche perché anche il piccolo sente il papà come un rivale rispetto alla mamma (Edipo incontra l'impudente Laio sul suo cammino e si apre una disputa); per cui nasce un implicita contesa tra i due. Il bimbo ne esce vincitore (Laio muore per mano di Edipo); la mamma deve necessariamente proteggere suo figlio in quanto piccolo (Edipo sposa Giocasta). 


E la Sfinge? Le interpretazioni possono essere più di una, come d'altra parte per il resto della storia, ma di fatto la Sfinge è solita essere identificata con quell'iniziale presa di coscienza che consente al bambino di aprire gli occhi e accorgersi che sta crescendo e che la mamma gradualmente si distaccherà, per cui l’aver avuto la meglio sul padre è solo una vittoria provvisoria. La soluzione dell'enigma, e quindi  rigenerarsi, rispetto all'idea di sentirsi una nullità senza la mamma, non è che l'apertura al mondo, in cui, scoperto il valore della conoscenza delle cose della vita, emergono aspetti positivi, ma anche aspetti negativi.


N.B.
Le immagini sono tratte dalla voce EDIPO in WIKIPEDIA 

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